Ci si chiede spesso perché Ferdinando Botero ami ritrarre esclusivamente soggetti in carne. In questo articolo cercheremo di spiegare l’arte e la sensibilità di uno degli artisti più controversi di questo secolo.

Botero: o lo ami o lo odi. Questo sembra essere il mantra che ha diviso negli scorsi decenni il mondo dei critici d’arte e che ancora anima le discussioni nei salotti culturali. Sul banco degli imputati troviamo non solo la scarsa aderenza, secondo alcuni studiosi, della sua arte con quella contemporanea ma soprattutto l’abitudine di dare forma e colore a soggetti definiti “grassi”, inseriti in sciatti contesti familiari.

Per Arthur Danto, noto critico, le sue opere non destano nessun particolare interesse e non meritano, in quanto poco serie, di essere trattate dalla critica. Secondo alcuni studiosi, Botero sarebbe colpevole di proporre soltanto opere commerciali, non attinenti alla realtà e autoreferenziali. Ma è davvero così?

Il mondo dell’arte non è concorde perché c’è anche chi lo ritiene un’artista tra i più interessanti nel panorama contemporaneo. A supportare tale ipotesi interviene a gamba tesa il giudizio del pubblico che ritiene il famoso pittore colombiano una vera e propria icona di questo secolo, equiparandolo a personaggi del calibro di Picasso e Andy Warhol.

Quali sono le opere di Botero più famose?

Le opere di Botero sono tra le più riconoscibili, proprio in virtù dei celebri soggetti in carne. Attenzione però: Botero stesso è solito affermare che il suo intento non è dipingere “persone grasse”, ma dare monumentalità sia agli individui che agli oggetti. Il suo pennello tratteggia e imprime per sempre nella tela l’esuberanza, l’abbondanza e le proporzioni “generose”: tre elementi che donano ai protagonisti dei suoi dipinti una nuova e inedita sensualità tratteggiata dalla sua magistrale gestione dell’olio, del pastello, dell’acquerello ma anche del carboncino e della matita.

Non dobbiamo però compiere l’errore di trascurare anche un altro importante leitmotiv che caratterizza le sue opere ovvero il paesaggio. Basta uno sguardo, anche distratto, per cogliere tratti che risultano infinitamente familiari: un piccolo paese andino, la casa di un parente o ancora un bucolico paesaggio sudamericano.

Forse non tutti sanno che quello che possiamo definire, senza timore di smentite, lo stile di Botero è nato quasi per caso, nel 1956. All’epoca, il ventiquattrenne artista stava dipingendo una natura morta con protagonista un semplice mandolino (il celebre Natura Morta con mandolino). Fu proprio la raffigurazione di questo strumento e un particolare, il foro di risonanza più piccolo del normale, a suggerire all’uomo l’idea di una dilatazione vera e propria dell’oggetto. Una forma inedita che immediatamente richiama un’idea di sensualità, di armonia che esce fuori dagli schemi ma che cattura lo sguardo e l’anima di chi guarda. Nel corso di un’intervista a un’emittente francese, Botero ha affermato che “Il mio talento è stato quello di riconoscere che in quel preciso istante, con quel foro più piccolo del normale, era successo qualcosa di nuovo”.

Influenzato dal muralismo messicano e da pittori del calibro di Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros e dopo aver trascorso un periodo in Toscana ad ammirare le opere di Giotto, Botero introduce la capacità di dare voce al volume: questo è il motivo per cui l’artista non ama definire i suoi soggetti grassi ma semplicemente volumetrici.

I soggetti di Botero non hanno fame di dolci ma di spazio. La loro è proprio una conquista atavica, colorata ma silenziosa dell’aria circostante. Il volume è un’esaltazione e una celebrazione al tempo stesso della vita, della sensualità. La sua è un’arte gentile e delicata che non dimentica però l’impegno sociale, come dimostrato dai celebri dipinti che denunciano l’orrore delle torture e delle dittature.

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